Trattoria Pizzeria il Giacomaccio
Giacomo Preti
Giacomo Preti, detto il Giacomaccio, compare sulla scena della storia valsesiana in un periodo cruciale del ducato di Milano, passato e ripassato dagli Sforza ai re di Francia, dopo la battaglia di Marignano, 1515, in seguito alla quale una forte imposta di guerra inflitta ai sudditi del ducato, in contrasto con le esenzioni fiscali dei Privilegi, esasperò i valsesiani più poveri e indifesi, quelli dell’alta valle. Ai quali spesso venivano meno i generi di prima necessità per la distanza dai mercati, il continuo stato di belligeranza e gli obblighi per le popolazioni di pianura di alloggiare e rifornire i soldati stanziali o di passaggio. «Nell’incertezza della quiete per li tumulti popolari che inondavano tutto il paese – racconta il Fassola, primo storico a raccontare le rivolte dei montani in Valsesia – [la Valle] restava affatto sospesa e senza regole naufragata in molte opinioni. Chi aderiva al partito francese, chi allo sforzesco e chi alla propria fortuna». Lo scontro fra il «partito» dei vicini e dei montani è inevitabile, in una condizione di anarchia che riproduce nella microstoria valligiana i modelli negativi e positivi della grande storia, facendo risaltare da oscuri villaggi i capi spontanei di una ribellione che attende solo un gesto per esplodere e manifestarsi. La provocazione dei vicini nei confronti dei montani arrivo puntuale in Varallo, sede del Consiglio generale della Valle, ove i rappresentanti della montagna minori di numero e di scarsa istruzione, erano spesso sottovalutati, talora spregiati e offesi. Anzi, i vicini tentarono di eliminarli o dar loro una «lezione», perché come il Preti avevano criticato il tirannico metodo di governo dei notabili di Varallo.
Giacomo Preti era reduce da alcune campagne militari: «Questi, uscito dal campo francese in cui visse soldato nelle guerre di quei tempi qualche anno, pieno di generoso spirito». Forte di 2000 uomini armati della Val Sermenza e Val Grande, nell‘ottobre 1518 tentò di assalire Varallo ma fu beffato da uno stratagemma notturno, un classico delle imboscate rurali: «Una donna idiota [zotica, analfabeta] trovò prodigiosamente un’invenzione finissima per distogliersi dall’imminenti rovine», quando ormai i varallesi, dopo una processione al Sacro Monte, si aspettavano il peggio dai montanari. «Raunate tutte quelle capre e pecore si puotessero, fece attaccare alle corna, ed orecchie, corde di miccia accese», accompagnate da spari d’archibugio e rumori violenti, per cui «sbigottiti li montani, pensando fossero genti infinite, tornarono alle loro Terre.
Il Giacomaccio è l’eroe positivo, nell’aspetto: «huomo di statura gigantesca, bianchissimo di colore, e che mostrava straordinaria nobiltà nel sembiante; negli ideali: «bisognava scuotersi dal giogo della tirannide.., e che esso lui si sarebbe fatto capo, anche a morire per la libertà, e per liberare li poveri da tante miserie». Capace di pentirsi e di riconoscere nel fallito assalto «la gratia della Beata Vergine del Sacro Monte», ritorna nei ranghi dell’ordine sociale e politico, mantiene costruttivamente il ruolo di console della sua terra, si atteggia a gran signore e benefico: tiene tavola imbandita, diventa giudice e arbitro di liti e vertenze fra i suoi montanari. Così ce lo presenta il Fassola, anch’egli nobile della montagna, concludendo che «doppo la tentata impresa fu grande­mente stimato e tenuto in concetto grande dalli Duchi di Milano, particolarmente da Francesco li Sforza, che il Preti conobbe a Milano nel 1523 quale rappresentante dei Comuni d’alta valle per rinnovare e ampliare i Privilegi.
La consacrazione dell’eroe positivo fu piena e prestigiosa: «aggiustate le differenze fu dipinto da Gaudenzio Ferrari sopra un muro nella Cappella del Calvario, come pur hoggi si vede», e anche noi ancora vediamo.

Tonella Regis F.,
La Valsesia nell'età del cavalier Bayardo - I montani in rivolta,
in "De Valle Sicida", Anno X, 1999, p. 355-364
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